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Nel buco del culo della notte 2

anche lo scorso anno ho fatto la notte il 17 agosto . nella stessa buatta di merda. non ricordo bene quale fosse il mio stato d'animo in quella circostanza, ma so che è andato peggiorando nelle settimane successive -a causa di una storia di lacrime e sangue- per poi migliorare nettamente con l'arrivo dell'autunno -e con il concludersi della storia. la Storia non insegna un ciuffo di niente. perché se da un lato ci si può rallegrare del miglioramento autunnale, non si può non tenere conto del ciclico ripetersi di un certo genere di manfrine sentimentali o del fatto che lavoro anche quest'anno nella buatta di merda. insomma capito? dodici mesi dopo, di nuovo il cuore in pezzi e stesso lavoro merdico. non mi sto lamentando, sto riflettendo. sto cercando di alzare la voce all'indirizzo della mia coscienza. in più questa è una notte dannatamente movimentata, la gente dovrebbe imparare a starsene a casa, diamine, invece di scassare i coglioni alla gente che lavora e c...

Appunti per l'integrazione dell'articolo di Stoccarda

non c'è niente come la libertà di dormire in tuta. in maniche di tuta, sdrucitissima tuta di merda. che la mattina ti svegli, fai colazione se hai tempo, poi torni in camera e l'appendi alla maniglia della finestra, la tuta, e ti vesti e vai a lavorare. e lei resta aggrappata lì tutto il giorno come un bradipo al suo ramo, la tuta, pronta a scivolarti addosso meglio di una moglie, quando vuoi tu, perlopiù di sera, dopo ogni cosa, dopo tutto. quando non resta che andare a dormire. e mi hai detto niente? andare a dormire è un fatto serissimo. non è mica una sparizione, non ti sbarazzi mica delle tue responsabilità, quando vai a dormire, nemmeno temporaneamente. ma adesso non è questo il discorso. farà anche schifo, ma con la tuta puoi dormirci, te l'assicuro. perché sei un uomo libero, e se ti affacci alla finestra vedi l'insegna dell'hotel ibis, laggiù, oltre la périphérique. vedere l'insegna dell'hotel ibis significa essere liberi, ma non so spiegarti perc...

Violino

fa troppo freddo in questa stanza. se mi decidessi a chiudere quella cazzo di finestra. la finestra è a pochissimi metri da me, due o forse tre. dovrei decidermi anche a cambiarmi d'abito. a togliermi questi panni da strada. ho cucinato con addosso questi panni. credo di essermi macchiato d'olio la maglietta nuova. credo anche che l'eccessiva l'ibertà di questo spazio finisca per generare cose insensate. ora sono in uno spazio tutto diverso. al lavoro. trova le differenze. anzitutto c'è poca l'ibertà. mi sento lo sguardo del capo sul collo, e forse ce l'ho. mi sento una corda tesa. forse è un buon modo per scrivere come si deve: dover stare in guardia perché nessuno si accorga. e per lavorare come non si deve, ma come in fondo quasi tutti i lavoratori fanno.

Ibis

Ho nostalgia degli anni, o dei mesi, in cui ciascuno voleva avere un blog, e ciascuno lo aveva, e ci si leggeva l'un l'altro, ci si commentava. Provo un senso di pena verso coloro che si sono arresi, che hanno abbandonato, che pubblicano solo su facebook, dove è facile essere letti, tutto sommato. A volte, forse, mi fa stare bene l'idea di non esserlo, di poter dire cose che restino più o meno tra me e me, senza togliere a nessuno la possibilità di venirle ad ascoltare, diciamo così. Ma non obbligo nessuno a farlo, e se non accade non fa niente, anzi, tanto meglio, perché è bello avere cose da non condividere, non so come dire. Non mi dispiace l'idea di un blog -questo, ad esempio- perduto nella galassia come una bottiglia abbandonata da un'astronauta, galleggiante nel vuoto dalla notte dei tempi, contenente, manco a dirlo, un messaggio, magari scritto in una lingua misteriosa, lontana, indecifrabile. Un messaggio sotto forma di messaggero, di piccolo alieno beatame...